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“Il Rosario del Mare” di Silvia Privitera

Racconti

“Il Rosario del Mare” di Silvia Privitera

Vi presentiamo “Il rosario del mare ” il  nuovo racconto basato su una una vicenda realmente accaduta nella famiglia dell’autrice una sessantina di anni fa.

Titolo del racconto: “Il rosario del mare”
Autore: Silvia PriviteraII classificato
Biografia: Silvia Privitera, 34 anni. Archeologa, interprete, guida turistica, insegnante… e mamma.
Ho sempre sentito il mare come un richiamo irresistibile. Dalle onde che eterne vagano tra un mondo e l’altro è scaturito il mio desiderio di conoscenza, che mi ha portato a studiare l’arte, le lingue e le culture dei principali popoli che nei millenni si sono affacciati sul Mediterraneo.
Ne ho fatto la mia vita.
Amo assaporare le parole, ma non avevo mai pensato di scrivere…


Gina correva scalza per il terrazzo, avanti e indietro, trotterellando spensierata sulle sue gambotte vivaci. Cantava una filastrocca stonata in attesa che la mamma e le zie finissero di prepararsi e la portassero sullo Scoglio. Quello con la ‘S’ maiuscola, quello che sognava nei lunghi inverni milanesi, quello da cui i tuffi erano più belli che in qualunque altro luogo al mondo.
Ogni tanto, di nascosto, si arrampicava sul Muretto, la panca di pietra che delimitava la terrazza affacciata sulla scogliera, e guardava giù, per controllare che la sua amata roccia di tufo adattata a molo fosse ancora lì e la stesse aspettando. Le onde si frangevano con garbo a quell’ora, ancora sonnacchiose ma già pronte a giocare con lei.
Da quattro anni le sue estati si svolgevano lì, a Ischia. Anzi: a Ischia Ponte, e più precisamente allo Scuopolo. Lo zio Piero aveva acquistato quell’antico rudere, e aveva incaricato proprio Andrea, il suo papà, di dirigere la ristrutturazione. In autunno e primavera i lavori procedevano, dopodiché in estate le due famiglie si riunivano a trascorrervi le vacanze: mamma Rinetta protestava per quei due mesi accampati, ma a Gina piaceva tanto esplorare il cantiere in corso, e fare amicizia con gli scugnizzi che venivano a giocare lì.

Lo Scuopolo era anticamente una torre di avvistamento contro i pirati: dirimpetto al Castello Aragonese, superbo maniero sorgente dalle acque, affondava anch’esso le sue radici di pietra direttamente in mare.
Nel secolo XVI, quando i saraceni devastavano la costa Campana con continue scorrerie, questa torre fu eretta a proteggere le case dei pescatori sulla spiaggia mediante segnali di fuoco da e verso il Castello per la popolazione che necessitava rifugio: si assisteva allora a una sorta di migrazione su per l’isolotto-roccaforte, che dalla parte di levante offriva coltivazioni e spazio per tutti.
Gli ischitani si vantavano che il loro castello non fosse mai stato espugnato, e Gina ascoltava rapita i pescatori raccontare storie e leggende di quella terra così affascinante. Le piaceva nascondersi nella garitta del terrazzo e giocare ai pirati con i cugini Massimo e Fausto, che avevano una decina d’anni più di lei ma riuscivano sempre affettuosamente a includerla nelle loro scorrerie fantastiche.

Rinetta si affacciò in quel momento sul terrazzo, avanzando goffamente per la gravidanza che la appesantiva.
“Non ti sporgere!”, fu l’urlo terrorizzato con cui diede il buongiorno alla primogenita, sorpresa ad affacciarsi. Preoccupate accorsero subito Vera e Silvia, che con fare materno la tranquillizzarono. Ma Rinetta continuava ad agitarsi: “Non so che mi prende, oggi, ho un brutto presentimento…”
“Ti preparo una camomilla, cara, magari è solo il bimbo che vuol farsi sentire”, commentò la zietta Silvia, sorella nubile di Vera che ormai ne sapeva di puerpere più che una levatrice, “I ragazzi sono già scesi?”
“Eccoli là!” fu l’urlo gioioso di Gina, indicando la barchetta di legno con cui suo padre Andrea e i due cugini si stavano dirigendo verso la My Dream.
“Speriamo bene.”, fu il solito ottimistico commento di Rinetta.

Per il quattordicesimo compleanno di Fausto, Andrea aveva proposto ai nipoti una gita in barca “fra soli uomini”, mentre Piero era impegnato dall’altra parte dell’isola nella progettazione dell’ospedale di Lacco Ameno, e nell’individuazione della migliore sorgente termale da sfruttare per le nascenti cure ginecologiche. Gina ci era rimasta un po’ male per essere stata esclusa, ma portare una bimba di neanche cinque anni a strambare in barca a vela era fuori discussione per mamma Rinetta: la promessa del gigantesco gelato da 50 lire del bar di Bebè aveva risolto la questione.
Era il 15 agosto 1957, ed era una di quelle mattinate serene che mettono tanti buoni propositi nell’anima. Una di quelle mattine in cui andare per mare è una gioia per la mente, che può vagare libera fra le onde gentili perdendosi nello sciabordìo.

I tre si imbarcarono sulla My Dream, portando con sé solo buonumore e alcune teglie di cibo cucinato da Gennarino Pirozzi, il miglior cuoco di Ischia Ponte.
Era l’epoca in cui i cellulari non erano ancora stati inventati, e Andrea aveva giurato e spergiurato alla moglie apprensiva che sarebbero rientrati entro metà pomeriggio. Esperto velista di origini veneziane, e innamorato del mare, dall’estate precedente aveva amorevolmente dischiuso ai nipoti i primi segreti della vela, che avevano fruttificato durante l’inverno procurandogli due mozzi carichi di entusiasmo.
Si misero in navigazione con l’allegrezza spensierata tipica della gioventù e della vacanza, diretti verso il braccio di mare che separa Ischia da Capri.
“Fausto tu al timone, e buon compleanno!”, ammiccò Andrea; “Max tu dammi una mano qui.”
“Signorsì capitano!”
“E mettetevi subito quelli”, fece Andrea indicando i giubbotti di salvataggio.
“Ma dai, zio, ormai siamo grandi!”
“E allora? La prudenza in mare è fondamentale.”
“Zio… ma non riusciamo a muoverci con quei cosi addosso! Come facciamo a imparare?”
“Dai, il mare è una tavola! E poi oggi è il mio compleanno…”
“Ragazzi… Uff, va bene, dai… Ma se si alza un po’ il vento li mettete subito!”
“D’accordo zio!”, fecero in coro i due giovani riponendo i giubbotti nel gavone.
“Però legatevi, almeno se finite sbalzati fuori bordo vi posso ripescare.”
“Ma zio…”
“Fausto, guarda che vi riporto a casa…”
I due nipoti obbedirono, assicurandosi con una cima alla My Dream.

La lieve brezza del mattino increspava impercettibilmente le onde, e le tre donne decisero di approfittare dell’assenza degli uomini di casa per andare al mercato: per gente di città, era una meraviglia potersi muovere tra i banchi improvvisati di pesce fresco ancora guizzante, verdura e frutti appena colti dall’albero da mani callose e piene di amore, ceramiche sapientemente foggiate e innumerevoli altri prodotti dell’artigianato locale.
La piccola Gina trottava sorridente dietro di loro, sfoggiando il suo cappellino di paglia viola.
Rientrate dalla spesa, approfittando della temperatura gradevolissima, decisero di bagnarsi in quelle acque limpide e terse. Era ancora molto presto, e scesero sullo Scoglio: Gina non aspettava altro, e in men che non si dica si stava già tuffando dalla sua roccia preferita.
Si buttava felice, riempiendo di schizzi le zie, poi giocava a fare il morto, a fare le capriole in acqua, poi si arrampicava nuovamente sulla nuda pietra, ignara di graffi ed escoriazioni, e tornava a tuffarsi con tutta la gioia che solo una bimba libera può avere.

Ed era a due adolescenti altrettanto liberi e sognanti che suo padre stava in quel momento facendo lezione: “Molla quella cima! Vira, Max! Tutti a dritta, attenti al boma!”
La My Dream filava su quelle acque perfette, quasi volesse assecondare e condividere la gioia del suo equipaggio. Nonostante il vento non fosse eccessivo, si impennava, strambava, poggiava come il giocattolo di un benevolo dio del mare. I due fratelli rispondevano con veemenza agli ordini impartiti dallo zio, e ormai termini quali ‘lascare’ e ‘boma’ erano a loro i più cari e congeniali.
Non avrebbero potuto scegliere una giornata migliore, più limpida e perfetta. Il vento si divertiva con loro, gonfiando randa e fiocco senza fatica. I muscoli si tendevano, i volti erano maschere di spensieratezza e futuro da vivere.
“Hai visto come ho virato?”
“E come io ho issato la randa?”
“Orzate!”
Pronti ai loro posti, rapidi come folgori, eseguivano le manovre in modo perfetto. La salsedine si posava sulla loro pelle come un manto fatato, schizzi d’acqua continui inondavano la loro giovinezza prorompente, gli occhi carpivano ogni istante di quella gita formidabile, i cinque sensi si erano risvegliati animalescamente nell’assaporare la vita.
Andrea li guardava fiero, quasi commosso che nel loro sangue già ribollisse il viscerale amore per il mare.
Quando improvvisamente si udì un tonfo sordo, violento, agghiacciante.
L’intera imbarcazione sobbalzò come colpita da un fulmine a ciel sereno.
I ragazzi terrorizzati si voltarono all’unisono verso lo zio, che si guardava intorno cercando di capire cosa fosse successo.
Mentre la My Dream si arrestava repentinamente, sentì di colpo come tutto più pesante, e capì: qualcosa aveva urtato lo scafo in corsa, squarciando la fiancata e producendo una falla che ora stava imbarcando acqua copiosamente.
Con rapidità fulminea aprì il gavone per estrarne giubbotti e salvagente, urlando ai nipoti: “Slegatevi!!! Immediatamente, slegatevi! Si va giù!”
I ragazzi inebetiti ubbidirono, ma le mani non rispondevano ai comandi del cervello. Andrea si gettò su di loro sciogliendo in fretta i nodi che li mantenevano ancorati alla barca a vela: fondamentali durante la navigazione, ma trappola mortale in caso di affondamento.
Fece in tempo al volo ad afferrare una borraccia, poi si sentì mancare lo scafo sotto i piedi: nel volgere di pochissimo, la My Dream si inclinò drammaticamente, adagiò le vele sulle acque come un gonfio sudario, e in un risucchio fu inghiottita dai flutti.
I tre si guardavano straniti, in preda al panico, cercando di mantenersi a galla mentre il terrore li immobilizzava. Non riuscivano a staccare gli occhi dalla fiancata della barca, che tra i riflessi si intravedeva ancora sospesa sotto la superficie. Andrea riuscì a riprendere il controllo della situazione, e con voce ferma intimò ai nipoti: “Presto, afferriamo salvagente e giubbotti prima che la corrente ce li porti via! Poi indossateli subito, e dopo decidiamo come procedere.”
I ragazzi obbedirono: con poderose bracciate riuscirono a raggiungere ed afferrare i salvagente, che già le onde avevano cominciato a disperdere, e faticosamente li indossarono.
Poco più in là notarono un immenso tronco d’albero, l’artefice del loro naufragio. La corrente lo aveva portato con sé, e il destino lo aveva messo sulla rotta della My Dream.
 “Cosa si fa, zio?? La terra è lontanissima!”
“Nuotare fin lì è fuori discussione; ma non ti preoccupare, Fausto: è una tratta di mare molto battuta, ed è prestissimo. Qualcuno sicuramente ci vedrà e ci raccoglierà.”
“Che ore sono?”
“Dev’esser da poco passato mezzogiorno, l’ora peggiore: tenete la testa bagnata, e non sprecate energie.”
Massimo e Fausto si guardarono silenziosamente, scambiandosi uno sguardo interrogativo e carico di sconforto.

Nel frattempo, allo Scuopolo ci si apprestava a pranzare in terrazza: prosciutto, melone, insalata caprese, calamari ripieni. Silvia, sempre premurosa e sorridente, servì anche una dissetante spremuta di limoni appena colti.
“Ho sete.”
“Cerca di avere pazienza, Massimo: abbiamo una sola borraccia.”
“Ho sete anch’io, zio… Hai detto che ci avrebbero raccolti subito, e non è ancora passato nessuno!”
“È l’ora di pranzo, ragazzi, non sono in molti a stare in mare a quest’ora. Dobbiamo avere pazienza e risparmiare le energie.”
“Ma zio…”
“Massimo, devo promettere anche a te il gelato di Bebè per farti tacere?”
“Ma io non sono un bimbo piccolo come la Gina!”
“Appunto, ormai sei un uomo: dimostramelo.”
Quando l’orologio sulla torre del Municipio suonò le due, Rinetta cominciò ad innervosirsi.
“Perché non sono ancora tornati?”
“Rinetta, è così presto! Lasciali divertire, sai quanto amino andar per mare. Fatti un riposino, con questo caldo e il pancione devi essere stanchissima.”
“Sono stanco, zio! Non ce la faccio più a stare a galla, ormai saranno quattro ore che siamo qui a mollo! Perché non arriva nessuno?”
“Dovrebbero essere più o meno le tre, quindi non è troppo che aspettiamo. Sono stanco anch’io, ma non possiamo farci niente. Son riuscito ad arraffare i giubbotti, e nient’altro. Se li aveste indossati appena saliti a bordo, non avrei perso tempo per quelli quando la My Dream ha cozzato, e avrei invece cercato i razzi di segnalazione. Ma ringraziamo di avere i giubbotti. Ecco, tieni un sorso d’acqua, e poi rimettiti a morto e risparmia il fia…”
“Una nave!”
“Sì è vero! Laggiù! Un traghetto!”
“Facciamoci vedere! Venite a salvarci!”
“Calmi ragazzi, non vi agitate! Risparmiate le forze, è ancora lontanissimo!”
“Siamo quiiiiii!”
“State sdraiati a morto: coi giubbotti a galla siamo molto più visibili che non a sbracciarci. Soffiamo nei fischietti.”
La grossa nave si avvicinava placidamente. Proveniente da Capri e diretta probabilmente a Ischia, era un grosso battello di trasporto viaggiatori. Cavalcava le onde con grazia: arrivò a forse un paio di miglia dal terzetto, e passò oltre senza notarlo. I naufraghi fischiavano con quanto fiato avevano in gola, ma la distanza era troppa e nessuno dei passeggeri li udì.
Fausto e Massimo esplosero in un pianto disperato, sfinito, esasperato.
Ma anche Andrea chinò il capo, preoccupato.

L’orologio del Municipio batté le 16.
Poi le 16:15, poi le 16:30, poi le 16:45.
Gina fece merenda, lasciando due grosse fette di torta di mele da parte per i cugini.
Poi i rintocchi segnarono le 17, e a seguire le 17:15, e le 17:30, e le 17:45.

Passarono altri due battelli, troppo distratti e lontani per notare i naufraghi.
I loro arti cominciavano a intorpidirsi, quasi ubriachi di quella distesa salata. Con fatica indicibile si muovevano autonomamente, per evitare l’assideramento dopo tutte quelle ore a mollo: la mente tentava di coordinare i movimenti con l’illusione di nuotare verso la terraferma, ma i corpi restavano pesanti, inerti, in balia di mulinelli capricciosi che facevano rimbombare le membra spossate.

Una leggera inquietudine pervadeva ora anche Vera, mentre Silvia si affaccendava per distrarla.
“Ma sì, cosa vuoi che sia, avranno cambiato programmi: magari in mare c’era un vento un po’ strano e hanno deciso di pranzare a Procida o Sant’Angelo.”
“Con tutto il ben di dio che ha preparato Pirozzi per loro?”
“Ma Verìn, lo sai come sono gli uomini…”
“Appunto: lo so. Hanno sicuramente pranzato a bordo.”

Gina, buona buona in un angolo, osservava perplessa le zie e la madre, che se ne stava tragicamente distesa sul divano del salotto, coi piedi gonfi poggiati su un cuscino: sudava freddo, e la cameriera aveva già dovuto portarle due volte i sali per evitare che svenisse.
Silvia prese a ricamare e sintonizzò la radio: imponente la musica di Bach riempì la casa, ma la donna non era dell’umore giusto, e cambiò canale fino a trovare le notizie locali. Niente, calma piatta, nessun accenno a forti venti o mareggiate sulla costa.

L’orologio batté le 18. Poi le 18:15.
Rinetta piangeva.

Rinetta piangeva silenziosamente lamentandosi senza sosta. Vera radunò tutta la sua preziosissima collezione di acquasantiere in ceramica di Capodimonte sull’immensa tavola del salone da pranzo per pulirle: lavoro manuale segno evidente di un nervosismo crescente.
Silvia, la zitella, soffriva in cuor suo per non poter essere d’aiuto alle angustie delle persone che più amava, e si risolse ad uscire in cerca di notizie.
Scese nella piazzetta sottostante a parlare con Antonietta: da brava portinaia, nata e cresciuta a Ischia Ponte, avrebbe saputo certamente ingegnarsi per scovare i tre dispersi. Infatti, la donna suggerì di contattare la capitaneria di porto.
In quegli anni, non tutte le case avevano il telefono, e ancora meno le casupole di contadini e pescatori, o quel meraviglioso rudere da ristrutturare in cui stavano villeggiando.
L’unico nel borgo ad avere il telefono era il farmacista, e leggendo la preoccupazione negli occhi di Silvia, Antonietta si offrì di andare lei a fare la ‘mmmasciata.
Prima ancora del suo ritorno con la risposta della capitaneria, un paio di paesane bussarono alla porta dello Scuopolo. Abiti spessi di lino nero, capo velato, sguardo penetrante e comprensivo.
“Abbiamo sentito che Andrea e i ragazzi sono in mare; abbiamo pensato di portarvi un po’ di alici alla scapece, se non disturbiamo…”
Stupita da tale gentilezza, Vera accolse le isolane, che presero posto in terrazzo, svuotando i loro panieri sulla tavola. Sotto gli occhi affascinati della piccola Gina si sedettero sul muretto del terrazzo prospiciente il mare, e mentre le padrone di casa mangiavano, loro tirarono fuori il rosario e cominciarono a recitare.
“Il mare è traditore! San Giovan Giuseppe salvateli…”
Gina ricordava bene la festa del santo patrono del borgo: una settimana intera di festeggiamenti, canti, balli, bancarelle piene di dolciumi, e la processione in mare. Un santo paesano, uno del luogo, cui si dava del voi in segno di deferenza ma che era sentito come uno di loro, e quindi amato come un fratello. Affidarsi a San Giovan Giuseppe della Croce equivaleva per un ischitano ad affidarsi alla propria madre e insieme avere un accesso privilegiato a Dio in persona: si sentiva al sicuro.
Poco dopo arrivò trafelata Antonietta: dalla capitaneria nessuna notizia, non risultavano pervenuti ad alcun approdo isolano né ai porti di Procida, Capri o Napoli.
“Ma forse è ancora presto, avrebbero dovuto tornare fra un po’…”
“Sì… avranno giocato un po’ e perso il conto del tempo.”
“Quello è Andrea che mi fa disperare! Dovrebbe essere più puntuale e non farmi preoccupare! Come farò io da sola a crescere due bambini piccoli?”
“Rinetta calmati! Il mare è calmissimo, il Comandante della Capitaneria l’ha confermato. Quindi stiamo quiete anche noi e vedrai che torneranno a breve.”
“Oh, Vera! Ma non ti vergogni a restare così serafica quando hai due figli dispersi in mare?!”
“Rinetta…!!”
“Il mare è traditore! San Giovan Giuseppe salvateli…”

Il mare era una tavola, ma i tre naufraghi erano intirizziti.
Il mare era una tavola, ma nonostante i giubbotti di salvataggio mantenersi a galla era estremamente faticoso.
Il mare era una tavola, ma Andrea e i nipoti, alla deriva, erano esausti. Fra poco sarebbe cominciata a calare la sera, e col buio si sarebbe spenta ogni loro speranza.
Si erano sbracciati e sgolati fino allo sfinimento per ben sei volte, tante erano le navi che erano passate loro accanto: ma nessuna li aveva visti, nessuna li aveva sentiti, nessuna li aveva raccolti.
Erano ormai ore che stavano lì, in attesa: per scaldarsi nuotavano verso la loro isola, ma senza alcuna speranza di riuscire a raggiungerla.
La corrente aveva finalmente preso a trascinarli, lentamente, in direzione di Ischia. Ma col buio non sarebbero nemmeno riusciti a distinguere la riva, quindi anche se vi fossero giunti a una distanza ragionevole, non avrebbero più saputo in che direzione nuotare. L’Isola Verde, ricolma di boschi, allora ancora poco antropizzata non avrebbe probabilmente da quel lato offerto loro la guida sicura di qualche casa illuminata.
“Il mare è traditore! San Giovan Giuseppe salvateli…”

Antonietta si unì al coro delle compaesane, mentre le padrone di casa ‘del nord’ non capivano quella tradizione, e continuavano preoccupate a sbocconcellare il cibo che era stato offerto loro.

“Mamma, perché il mare è traditore? Chi deve salvare questo santo?”

“Mangia, tesoro… lascia stare la mamma, vedi che non si sente bene?”

Suonarono nuovamente alla porta, e la vecchia madre del farmacista, accompagnata dalle due nipoti adolescenti, si fece largo con un paio di bottiglie di per’’e palummo.
“Per rinfrancare lo spirito nell’attesa… Concettina sta preparando le zeppole, arriva dopo”, e sorretta dalla maggiore raggiunse zoppicando le donne che pregavano: “Il mare è traditore! San Giovan Giuseppe salvateli…”
Gina piangeva in silenzio: chiedeva di suo papà, ma nessuno le spiegava cosa stesse succedendo; e quelle figure nere dalla testa ai piedi che pregavano in coro avevano un aspetto affatto sinistro.
Dal Municipio giunse l’eco degli otto rintocchi serali.
“Il mare è traditore! San Giovan Giuseppe salvateli…”

Il mare è traditore… uno dei tramonti più belli che avrebbero potuto sperare di vedere nella loro vita contornava ora l’Epomeo colorandolo di pesca, di fucsia, di viola. Il sole, facendo capolino oltre il monte, salutava così l’ultimo paesaggio che avrebbero visto, le ultime ore che avrebbero vissuto. Massimo rimpiangeva di non aver neanche potuto iniziare l’università, Fausto si chiedeva cosa avrebbe pensato la sua fidanzatina. Una morte inutile, a mollo per ore in uno spazio infinito, simbolo della libertà ma per loro infinita prigione.
Andrea continuava a sperare in un miracolo, e cercava di immaginare che faccia avrebbe avuto il bimbo che Rinetta portava in grembo: tendere alla vita era l’unico modo per scongiurare la morte. Pensava a quella creatura, sarebbe stata un maschietto o un’altra meravigliosa bimba? Gli avrebbe voluto bene? Sarebbe mai venuta in barca con lui?
Le onde brunite si accavallavano insistentemente attorno a loro, sempre più gelide. E sempre più li angustiava la stanchezza, sempre più li tormentava la sete, e la voglia di lasciarsi andare.
I nipoti si appoggiarono con la testa al salvagente, chiusero gli occhi.
Piangevano. Non c’era più niente da fare.

“Il mare è traditore! San Giovan Giuseppe salvateli…”

Intanto, le zeppole di Concetta erano state fritte e consegnate alle tre ospiti in attesa, insieme ad un po’ di triglie all’acqua pazza portato da Nannina ‘a sarta. L’empatia di quelle popolane era palpabile: estranee per quelle tre donne, non avrebbero potuto comprenderle meglio di nessun altro.
Erano mogli, madri, figlie di pescatori: di uomini usi ai pericoli del mare, ed abituati ogni giorno a strappargli le sue creature per sostentarsi, e a sfidarlo sulle rotte delle aringhe, dei totani, delle orate. Donne di terra, contadine, che passavano le loro giornate tra il lavoro nell’orto e l’attesa dei loro uomini dai pericoli del mare.
E quel mare lo conoscevano molto bene: quel mare che loro tutto dava, ma che a volte coi suoi capricci toglieva loro tutto. Burrasche, mareggiate, bonaccia: il mare era un’entità da rispettare, da venerare e da temere. Quanti mariti, padri, figli aveva strappato alla loro povera isola, trascinandoli nei suoi abissi più profondi: “Il mare è traditore! San Giovan Giuseppe salvateli…”

Gina era affascinata dalla litania, il mantra del rosario intervallato da quella frase: donne non più giovani, perché la vita non lo permetteva, si affidavano al loro santo patrono per non perdere la speranza, credevano ciecamente nella buona sorte, e questo dava loro la possibilità di non abbattersi, di non lasciarsi sconfiggere da una realtà molto spesso troppo vera.
“Il mare è traditore! San Giovan Giuseppe salvateli…”

Buio.

Acqua mare cielo isole nuvole: tutto nero, l’oscurità li avvolgeva tra i flutti, si insinuava nel loro respiro, annichiliva le loro lacrime, annebbiava i loro pensieri.
Sette ore da quando la My Dream era colata a picco, sette ore a muovere braccia e gambe in cerchio per non congelarsi, sette ore a nuotare in direzione di una terra irraggiungibile con le loro forze.

Sette ore in cui la speranza si era affievolita a poco a poco.
La corrente li trascinava seguendo il proprio capriccio, avvicinandoli a riva per poi disperderli nuovamente al largo. La fatica li aveva ormai sfiniti, e la mancanza di acqua, cibo, zuccheri annebbiava loro i sensi. I giubbotti mantenevano le teste fuori dall’acqua, ma gli arti già pendevano inerti nello sciabordio della notte, e uno ad uno i tre naufraghi si spersero in un sonno molto simile all’oblio.
Una falce sottile diffondeva debolmente il proprio chiarore: la luna pareva un sorriso sadico accorso a sbeffeggiarli.

“Il mare è traditore! San Giovan Giuseppe salvateli…”

“Zia Silvia, dov’è il mio papà?”
“È tardi, Ginetta: ora devi andare a dormire…”
“Ma perché non torna?”
“Perché… perché sta aspettando che tu vada a letto, ti ha preparato una sorpresa ma se non ti addormenti non te la può dare.”
“Zia…voglio il mio papà…”
“Non ti preoccupare, Ginetta: fra poco sarà qui, e domani ti porterà a prendere un altro bel gelato!”
“Ma la mamma…”
“La tua mamma è nervosa per via del bambino che ha nella pancia… ed è un po’ arrabbiata che Andrea sia in ritardo. Ma non ti preoccupare, va tutto bene.”
“Se lo dici tu…”
“Ma certo, tesoro: va tutto bene. Dormi serena… in una notte così bella, tutto deve andare bene per forza!”
Gina guardò un’ultima volta la luna dal terrazzo: si rifletteva sul mare spezzandosi in mille pagliuzze dorate, che giocavano come tanti pesciolini impazziti.
“Torna presto, papà…”

“Il mare è traditore! San Giovan Giuseppe salvateli…”

La spiaggia dei Maronti è una delle meraviglie dell’isola. E ancor più lo era in quell’epoca, quando non era invasa dal turismo irrispettoso. Calate le tenebre, prendeva vita come in una fiaba: tonfi, fruscii, grida smozzicate, e una disordinata danza di fiaccole e lanterne.

I pescatori mettevano a mare le barche per la pesca notturna, incitandosi a vicenda nella fatica collettiva. Ognuno aiutava i propri compagni, amici, parenti in una comunità in cui non esistevano concorrenza o invidia, poiché l’unico modo per sbarcare il lunario era una fitta rete di collaborazione fraterna.

Le imbarcazioni presero a scivolare lente tra le onde, silenziose, muovendo verso il mare aperto: pareva che seguissero la lampara appesa a prua come fedeli servitori al seguito di un signore pensieroso. La superficie delle acque oscure era ora costellata di stelle dorate, quasi un firmamento in divenire. Le lampare avanzavano placide sull’acqua, attirando le prede nelle reti, e illuminando svariati settori di quelle tenebre fluttuanti.

Finché ad un certo punto, qualcosa stonò in quella poesia marinara:
“Laggiù, si, laggiù! Proprio in fondo, dopo la barca di Gaetano!”
“Ma cos’è?”
“Vedete anche voi?”
“Presto andiamo! Carmine, Antonio!”
“C’è qualcosa!”
“Sì, sembrano dei sacchi…”
“Ma disturbano i pesci, riflettono la luce.”
“Non sono sacchi! Aiutami Pasquale!”
“Per l’amor di Dio! Ciro, Gennaro…!”
“Presto, facciamo presto!”
“Ma sono vivi?”
“Madre divina!”
“Tiriamoli su.”
“Sono feriti?”
“Carmine, torna a riva a chiamare aiuto!”
“Vengo con te. Prendiamo il carro di mio zio.”
“Dammi una mano! Ommioddio, sono morti?”
“Non lo so! San Giovan Giuseppe, aiutali tu!”
Dieci, quindici barche si posizionarono intorno ai naufraghi, mentre uno stuolo di pescatori si gettava in mare per aiutare ad issarli: tre corpi inerti, gelidi, finiti. Ma vivi.
“Il cuore batte!”
“Sì, anche di questo!”
“Presto, copriamoli! Sono congelati!”
“Riportiamoli a riva.”
“Ce n’è altri?”
“Antonio, Gaetano, Ciro: restiamo ad esplorare i dintorni”
Ripresero lentamente conoscenza nella casa del dottore di Sant’Angelo. La moglie aveva acceso il fuoco, e aiutata dalle figlie cercava di scaldarli con bende bagnate in acqua bollente, per riattivare la circolazione e i sensi. La madre preparava qualcosa di caldo da mangiare, una zuppa di pesce e verdura per rimetterli in forze.
“Questo si sta svegliando! Come stai? Come ti chiami?”
Andrea non poteva credere di essere vivo. Di certo si trovava ancora a galleggiare alla deriva e questo era un miraggio della sua mente stravolta.
Faticosamente riuscì a parlare.
Chiese di avvertire la moglie.
In casa del farmacista il telefono suonò con insistenza.
La notizia ci mise meno tempo ad arrivare allo Scuopolo di quanto ci misero le tre donne a rendersi conto del significato del messaggio: non credevano alle loro orecchie, i loro uomini erano vivi! Disidratati, malconci, sfiniti… ma vivi!
I ragazzi avevano chiesto di mamma Vera, Andrea della moglie e della figlia Gina e del pancione.
Silvia era la più felice di tutte nel constatare il gravissimo pericolo scampato e veder finalmente crollare l’angoscia nelle persone che così tanto amava.
Corse a svegliare Gina, la baciò e l’abbracciò come fosse figlia sua: la bambina non capiva, ma finalmente la zia le spiegò tutto il trambusto delle giornata.
“Io lo sapevo che mi dicevate le bugie.”
“Hai ragione, Ginetta, scusaci: avevamo troppa paura. Ma domani si va tutti a festeggiare da Bebè!”

Il Team Editoriale di Searound Magazine vi da il benvenuto.

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